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  •         COD 0007            EX FONDO IOZZINO                   IT      CAMPANIA      NAPOLI      POMPEI                                                03.10.2018    PROF 5 M.   40°44'50.60"N 14°29'49.29"E

    Ex Fondo Iozzino

     

    La presenza di un’enorme quantità di ex-voto, costituiti da oggetti miniaturistici quali vasetti, calici, coppette, piattini, risalenti alla fine del VII secolo a.C., caratterizza il Santuario extra urbano di Fondo Iozzino, presso cui si svolgevano riti fin da tempi remoti. Il regime delle offerte è documentato attraverso uno scarico di materiali votivi, depositati alla fine del II secolo a.C. all’interno di uno spazio definito da un recinto, per realizzare un innalzamento del piano di calpestio. Questo strato composto da un deposito votivo sedimentato sancisce, nella riorganizzazione architettonica successiva del santuario, un legame ideale con le attività cultuali precedenti. La notevole quantità di ex-voto testimonia un culto arcaico, dedicato a una divinità di cui conosciamo solo l’epiteto apa, la cui prassi includeva un rituale enigmatico e impenetrabile. Il vasellame documenta l’attività sacra del santuario, scandita da sacrifici, offerte e libagioni, in cui si ricorreva all’uso vino, come rivelano le tracce organiche rimaste. I manufatti – vasi, brocche, scodelle – presentano iscrizioni graffite in alfabeto etrusco, formule dedicatorie che contengono i nomi degli offerenti, oltre a simboli graffiti, tra i quali croci, stelle, asterischi, alberelli. Si tratta del corpus di iscrizioni etrusche più consistente finora rinvenuto in un unico contesto in Italia meridionale e getta luce sulle fasi più antiche della frequentazione del santuario e sulla presenza etrusca nell’area vesuviana. I manufatti sono i testimoni della lunga attività del culto presso il santuario, databile dal VII al I secolo a.C..

    Parallelamente, nella Pompei contemporanea, all’interno del monumentale Santuario edificato nel 1800, tra gli spazi più suggestivi figura la galleria degli ex-voto devozionali dedicati alla Beata Vergine del Rosario. Gli ex voto presenti nei locali adiacenti alla Basilica sono oggetti, fotografie, testi e tavole dipinte offerti alla Madonna del Rosario come ringraziamento per una grazia ricevuta: non solo una testimonianza di fede, ma simbolo della memoria perpetua della grande devozione per la Vergine. La gran parte degli ex-voto del Santuario è costituita da raffigurazioni pittoriche, alcune di pregevole fattura, realizzate da maestri artigiani, conosciuti come “madonnari”, in cui si possono individuare alcuni elementi caratteristici per rappresentare lo stato d’animo e le storie dei committenti: l’illustrazione dell’episodio infausto che precede il miracolo, la rappresentazione del Santo, la descrizione narrativa e l’immagine del devoto. In basso viene apposta la sigla latina V.F.G.A. (votum fecit, gratiam accepit) o quella italiana P.R.G. (per grazia ricevuta). Nel tempo sono stati coinvolti orafi, argentieri, decoratori, ceramisti, fotografi, il che ha reso gli ex voto una parte consistente della memoria storica e devozionale di un popolo ma anche una testimonianza della sua tradizione artistico-artigianale.

     

     

      Indagine geoarcheologica

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    La scoperta del santuario avvenne nel 1960, in seguito ad attività di estrazione del lapillo per la costruzione di un edificio privato. Le attività furono interrotte per l’affioramento di strutture murarie pertinenti ad un imponente recinto, realizzato in tecnica pseudo-isodoma con blocchi di calcare del Sarno. Al suo interno vi è un secondo recinto databile al I sec. a.C., di dimensioni minori, realizzato in opera incerta con blocchetti di tufo grigio di Nocera con due podi pertinenti ad edicole e un basamento. Nel 1992 la ripresa delle ricerche permise di comprendere che il santuario era stato monumentalizzato in età ellenistica con la realizzazione del recinto in opera pseudo-isodoma pavimentato internamente in cocciopesto. Dallo strato sul quale si imposta l’area sacra più recente, emerge un vero e proprio deposito votivo ricco di materiali in larga parte miniaturistici. Tra di essi si riconoscono armi (in bronzo e ferro) e vasellame ceramico soprattutto in bucchero. Tra le armi: corte spade, una ventina di punte di lancia in ferro a volte con immanicatura in bronzo, cuspidi di giavellotto, uno scettro in ferro (rarissimo per l’Italia meridionale) e un grande scudo in bronzo.

    L’aspetto più importante dei ritrovamenti riferibili all’età arcaica è costituito dalla notevole quantità di vasellame in bucchero con iscrizioni graffite in lingua etrusca. Le iscrizioni erano poste sulla vasca e sul piede di scodelle e di vasi da banchetto che, dopo l’uso, venivano deposti capovolti sul suolo. Queste iscrizioni rivelano i nomi degli offerenti, etruschi che provenivano anche dall’Etruria, e della divinità a cui era dedicato il santuario, il dio “apa” (“padre”), forse Giove Meilichios.

    Il sondaggio 0007 ricade all’esterno del suddetto recinto realizzato in blocchi di calcare. La stratigrafia mostra una lacuna nella parte sommitale dove mancano i prodotti dell’eruzione del 79 d.C., probabilmente già asportati al momento del rinvenimento delle strutture archeologiche, attualmente visibili sul fronte dello scavo adiacente. La sequenza stratigrafica intercettata dal carotaggio è costituita nei primi 0.60 m da terreno di riporto. Al di sotto è stato intercettato un livello umificato contenente un frammento di mattone moderno (tavella).

    Da -1.15 a -2 m dal piano campagna si rinviene uno strato cineritico rimaneggiato (US3) di colore grigiastro, che copre lo strato di accumulo di una fossa o un canale (US 4-5), di possibile origine antropica, dello spessore circa 40 cm. Da -2.4 m si rinvengono i resti del cosiddetto Paleosuolo B (US6), che rappresenta un importante marker stratigrafico ben riconoscibile in tutta la Piana Campana, dove ha restituito tracce di frequentazione di età eneolitica e neolitica. Il paleosuolo è riferibile alla pedogenesi dei sottostanti prodotti dell’eruzione vesuviana delle Pomici di Mercato (US7) avvenuta 8000 anni fa, costituiti da ceneri di colore ocra contenenti pomici bianche. Questi depositi poggiano direttamente sul banco lavico, intercettato a -3.60 m dal piano campagna, di cui si campiona il livello più superficiale di colore di variabile da nerastro a grigio rosato a seconda dell’aumentare della profondità.

    I dati archeostratigrafici e geologici emersi dalla lettura del sondaggio permettono di aprire interessanti riflessioni sulla definizione di alcuni aspetti ambientali e morfologici in cui si inserisce la scelta di fondare in questo luogo il santuario già dall’età arcaica (VII sec.a.C.): in particolare, appare evidente che la scelta di ubicare il santuario in questo settore sia orientata dal fatto che per le fasi arcaiche il sito si collocava in presenza di un’altura prospiciente fiume Sarno, in un settore liminare e di confine territoriale.

     

    Il sondaggio 0007 si colloca in un’area sacra, nel suburbio meridionale dell'antica Pompei. Geograficamente, il santuario è posto su una bassa collina (m 20 s.l.m.) prossima alla foce del Sarno, distante circa 500 m dal limite sud-est dell’antica Pompei.

    ESTRAZIONE

    PLACCA

  •         COD 0008            ACQUE DI MESSIGNO                IT      CAMPANIA      NAPOLI      POMPEI                                                03.10.2018    PROF 5 M.   40°44'50.60"N 14°29'49.29"E

    Acque di Messigno

     

    Le acque di Messigno hanno la proprietà miracolosa di rendere il legno in esse immerso molto duro, come se fosse marmorizzato. Il rinvenimento, nel 1832, delle cime in legno “durevolissimo” di tre cipressi piantate verticalmente nel terreno portò l’ingegner Giuseppe Negri a credere di trovarsi di fronte ai resti di antiche imbarcazioni romane. Poiché il cipresso non è una specie endemica della zona, e il suo legno era in passato usato per le alberature navali, Negri arrivò alla conclusione che tali cime fossero alberi di navi seppellite dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., mentre navigavano in un sito che allora era sommerso dalle acque. Nei tempi dell’eruzione di Pompei, la zona di Messigno si trovava in prossimità di uno dei sette affluenti del Sarno, ritenuto delle acque miracolose, mentre nel ‘700 sappiamo che la zona era diventata una laguna che i Borbone decisero di bonificare, tant’è che il famoso vescovo San Paolino approdava nella laguna proprio navigando il Sarno. Negri arrivò a persuadersi che si trattasse proprio del naviglio su cui Plinio viaggiò per soccorrere il suo amico Pomponiano durante l’eruzione e per poter proseguire gli scavi. Si rivolse allora al Ministro della Guerra e della Marina, enfatizzando in una lettera che l’Archeologia e la Storia avrebbero tratto preziosi vantaggi da questa nuova sua scoperta, suscitando la meraviglia, lo stupore e l’invidia di tutte le nazioni, poiché avrebbe provato l’incorruttibilità del legno fossilizzatosi in diciotto secoli, per effetto delle acque minerali. Per alcuni decenni su questa vicenda scese il silenzio, finché nel 1858, nel corso dei lavori di scavo per la rettifica del fiume Sarno, fu rinvenuto a Messigno un cipresseto di circa cento alberi, notizia che ridestò l’interesse di scienziati e archeologi. La disposizione regolare dei tronchi rivelò la natura non spontanea del cipresseto, probabilmente piantato per la lavorazione del suo legno, particolarmente ricercato per infissi e mobili, e condusse alla scoperta di un’antica villa rustica a esso adiacente. Al termine dei lavori di  bonifica della zona, il complesso fu rinterrato e della loro localizzazione ne rimase traccia solamente negli archivi e nelle fonti bibliografiche, fino a riemergere grazie a lavori di saggi archeologici nel 1989. Le ipotesi di Negri, sono venute a cadere, tuttavia a lui si deve il merito di essere stato il primo ad attirare l’attenzione del mondo scientifico su un sito che, nel corso degli anni, si è rivelato essere uno dei più ricchi di reperti archeologici.

     

     

    Indagine geoarcheologica

     

    La località Messigno ricade nel territorio comunale di Pompei, e geograficamente si colloca nella pianura alluvionale-costiera del Fiume Sarno, compresa tra il versante sud-orientale del complesso vulcanico del Somma/Vesuvio e le fasce pedemontane dei Monti di Sarno a nord-est e dei Monti Lattari a sud-est.

    Il sondaggio 0008 è stato realizzato in prossimità del cordone dunare costiero olocenico di Messigno, il più interno ed antico della pianura alluvionale del Sarno, ed ha raggiunto la profondità di 10 m dal piano campagna.

    La tendenza evolutiva generale manifestata dall’area nel corso del tardo-quaternario appare suddivisibile in almeno tre fasi principali, la cui scansione temporale comincia appena dopo la messa in posto dei prodotti piroclastici della grande eruzione dell’Ignimbrite Campana avvenuta circa 39.000 anni fa. Infatti in discontinuità sui prodotti tufacei dell’IC, poggia una spessa successione continentale di ambienti fluviali e palustri, formatisi durante la fase di basso livello eustatico del livello del mare riferibile all’Ultimo Massimo Glaciale, fino a circa 14.0/15.0 ka BP, quando la linea di costa si trovava una decina di chilometri più a largo.

    Nella fase post glaciale e fino a circa 6.000 anni fa, il sollevarsi del livello marino e la contemporanea subsidenza della piana prevalgono sull’apporto di sedimenti determinando l’avanzamento della linea di costa nel settore centrale della pianura modellando le falesie nei settori bordieri della pianura (Paleofalesia di Pompei, Paleofalesia di Varano di Stabia).

    Negli ultimi 6.000 anni il ritmo di sollevamento del livello marino e la subsidenza della piana diminuiscono e l’apporto dei sedimenti alluvionali e piroclastici diventa prevalente. Si determina così un’inversione di tendenza nella dinamica della linea di costa che comincia ad avanzare formando lidi sabbiosi sempre più avanzati e subparalleli alla costa attuale, alle spalle dei quali si determinano ambienti lagunari ed acquitrinosi.

    Si riconoscono almeno 4 distinti episodi che hanno interrotto il generale avanzamento negli ultimi 6.000 anni, dando origine ad altrettanti cordoni costieri: quello di Messigno (tra 5.6 e 4.5 ka BP) è il più antico e più interno. Seguono poi, in posizione più avanzata, quello di Bottaro/Pioppaino, ( tra 3.6 e 2.5 ka BP), quello di epoca romana ed infine quello risalente pressappoco all’anno Mille.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    La sequenza stratigrafica intercettata, ha messo in evidenza 5 unità stratigrafiche principali, caratterizzate da sedimenti litologicamente e tessituralmente differenti e ben separate da chiare superfici di discontinuità o di erosione.

    Nel dettaglio, al di sotto del piano pavimentale stradale (asfalto e massicciata), alto circa 1,20 m, si rinviene, per uno spessore di circa 2m, una serie di suoli vulcanoclastici accresciutisi anche per il continuo apporto delle piroclastici riferibili alle eruzioni storiche del Vesuvio. Essi poggiano in continuità sui prodotti pomicei e cineritici dell’eruzione del 79 d.C., spessi circa 1.5 m, i quali sigillano una successione, spessa circa 3 m, costituita al livello più alto da suoli antropizzati e verso il basso da depositi alluvionali e palustri a forte componente travertinosa. Una superficie di erosione marca il passaggio all’unità sottostante, spessa circa 1.65 m che, essendo costituita in prevalenza da depositi sabbiosi e limosi ricchi di elementi carboniosi, di sostanza organica allettata e di frammenti di gusci di lamellibranchi, può essere riferita ad ambienti di sedimentazione costiera.

    La successione fin qui investigata presenta i tipici caratteri di una sedimentazione di ambiente costiero costituito da depositi di spiaggia, dunari, lagunari e palustri, così come noto in letteratura per l’area di Messigno, e pertanto può essere riferita all’intervallo temporale che intercorre tra la massima ingressione marina (circa 6000 anni fa) e la formazione del successivo cordone dunare di Bottaro-Pioppaino (circa 3800 anni fa). Tale successione poggia a 9.40 m di profondità dal piano campagna su depositi ghiaiosi carbonatici di ambiente alluvionale, a testimoniare un livello del mare decisamente più basso e una linea di riva molto più esterna. Tali condizioni si sono verificate durante i minimi eustatici dell’ultimo massimo glaciale e del tardo glaciale, così come risulta noto dalla letteratura. Inoltre le dimensioni superiori al centimetro delle ghiaie fluviali permettono di ipotizzare un corso del fiume Sarno molto vicino all’area del sondaggio.

     

     

    ESTRAZIONE

    PLACCA

  •         COD 0009            TORRE MERCURIO                    IT      CAMPANIA      NAPOLI      POMPEI          POMPEI SCAVI                05.10.2018    PROF 7 M.   40°45'10.63"N 14°28'58.76"E

    Torre di Mercurio

     

    Diversi segni di difficile decifrazione sono iscritti su alcuni blocchi di tufo presenti in tratti di mura a Pompei: asterischi, triangoli contrapposti, brevi linee che si incrociano a formare tridenti. Si tratta di marche di cava costituite da simboli grafici incomprensibili poiché non trovano riscontro con le lettere di alfabeti conosciuti e allora utilizzati, e per interpretarli è necessario trovare una chiave di lettura alternativa, costruire un sistema semantico autonomo. Una possibile interpretazione di questi segni è stata avanzata associando le marche di cava alla raffigurazione in forma stilizzata degli strumenti utilizzati dalle diverse maestranze, come se il simbolo fosse una réclame dell’impresa che, invece di ricorrere a nomi, sigle e monogrammi, sintetizzasse in una forma semplice gli strumenti del mestiere,

    richiamando con immediatezza le attività artigianali connesse con l’edilizia. Qualcosa di non troppo lontano dal moderno logo, che ha per soggetto gli utensili da lavoro utilizzati da tagliapietre e muratori. L’asterisco sembra rimandare alla groma con fili di piombo; la forma a tridente a diverse tipologie di olivelle; la marca a doppio triangolo contrapposto alla doppia ascia. Questi segni evocano scene quotidiane di un’operosa Pompei, dove l’edilizia era all’avanguardia: la prima cupola nota in opera cementizia è quella delle Terme Stabiane, datata al secondo decennio del I sec. a.C., mentre diffusa fin dal III secolo a.C. era l’opus craticium, un precoce esempio di sistema costruttivo antisismico. L’opus craticium prefigura la “casa baraccata”, e consiste in un graticcio ligneo formato da pali verticali e travi di sostegno o correnti orizzontali con un riempimento costituito da opus incertum. Quando nel 1784, il governo Borbonico emanò le “Istruzioni reali”, un regolamento edilizio antisismico da attuare nelle nuove edificazioni nel sud Italia, si ispirò proprio al sistema costruttivo in uso secoli prima a Pompei.

     

     

    Indagine geoarcheologica

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Dal punto di vista geologico, il sondaggio 0009 è ubicato in corrispondenza della sovrapposizione tra il relitto occidentale della caldera del vulcano della Civita e l’orlo dell’edificio vulcanico di Via Stabia.

    Sotto l’aspetto archeologico, il sondaggio è posizionato all’esterno delle mura settentrionali, a nord-est della Torre XI nella numerazione delle torri poste lungo le mura della città, detta anche Torre di Mercurio, in un settore dove è stata interrotta l’indagine di scavo archeologico.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    La torre di Mercurio, databile all’età sillana, presenta una struttura quadrangolare a tre piani e merlata sulla sommità. Significative indagini stratigrafiche in questo settore hanno indagato le diverse fasi costruttive delle mura e individuato, in particolar modo, la fase arcaica della fortificazione pompeiana realizzata in “pappamonte”(tufo).

    La stratigrafia del sondaggio 0009 rileva, nella porzione più superficiale, un livello spesso circa 1.5 m di materiale accumulato in tempi recenti.

    Al di sotto di tale strato si intercetta una sequenza di strati archeologici che documentano alcune superfici compattate e di modesto spessore: in particolare si segnalano livelli di battuto a -1.5 (US 2), a -2.15 (US 4), a -2.7 (US 6), a -3.25 (US 8) e a -4 m (US 11). I livelli di terreno compattato o dal passaggio antropico o dall’esposizione alle acque superficiali, non presentano elementi di datazione archeologica e sono intercalati da accumuli artificiali contenenti materiali non datanti, principalmente relativi a resti di strutture edilizie in disfacimento. Unica eccezione è rappresentata dall’accumulo di terreno intercettato tra 1.6 e 2.15 m (US 3) contenente un frammento di Dressel 2/4, databile genericamente tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C..

    La sequenza di accumuli naturali e artificiali è attestata sino ad una quota di m -6 m (US 15) dal piano di campagna attuale: la considerevole profondità della stratigrafia archeologica lascia supporre la presenza di un fossato che potrebbe essere funzionale ad una delle fasi del sistema difensivo pompeiano.

    Al di sotto, tra -6 e -6.4 m di profondità dal piano campagna si intercettano cineriti grigie con scorie nere riferibili ad uno degli eventi eruttivi vesuviani protostorici, poggianti su un paleosuolo con pomici bianche intercettato fino al termine del sondaggio.

     

     

    ESTRAZIONE

    PLACCA

  •         COD 0010            VILLA DIOMEDE                         IT      CAMPANIA      NAPOLI      POMPEI         POMPEI SCAVI                08.10.2018    PROF 5 M.   40°45'9.38"N   14°28'45.75"E

    Villa di Diomede

     

    È scomparsa nel nulla l’impronta di un seno di donna, tratta da un corpo sepolto durante l’eruzione del 79 d.C. e ritrovato nella Villa di Diomede nel 1772, dove i detriti compatti permisero agli scavatori di vedere la figura intera della morta, le sue vesti e perfino i suoi capelli. L’unica parte che riuscirono a estrarre fu il seno, grazie al recupero dell’impronta lasciata dal corpo nella cenere indurita del flusso piroclastico, un’intuizione che anticipa il metodo rivoluzionario dei calchi in gesso messo a punto di Giuseppe Fiorelli un secolo dopo, che permetteva di ridare volume ai corpi, riproducendone l’atteggiamento dell’istante in cui furono sorpresi dalla morte, come la coppia abbracciata che compare in una scena di Viaggio in Italia (1953) di Roberto Rossellini.

    Esposto dopo la sua estrazione nel vicino Museo di Portici, il seno divenne presto un’attrattiva che alimentò l’immaginazione di viaggiatori, letterati e artisti. Il romanzo Arria Marcella. Souvenir de Pompéi, scritto nel 1852 da Théophile Gautier, è incentrato sul frammento del seno, che affascina il giovane protagonista Octavien al punto da recarsi a visitare il luogo esatto in cui era stato trovato il calco, la Villa di Arrio Diomede. Per un misterioso sortilegio, Octavien viene trasportato indietro nel tempo e si ritrova nella città non ancora distrutta dal vulcano, dove incontra e s’innamora di Arria Marcella, la fanciulla a cui il seno appartiene, figlia di Diomede. La storia si conclude con un esorcismo compiuto dal padre indignato per il comportamento licenzioso della figlia, che richiude il varco temporale aperto dall’ossessione amorosa di Octavien per Arria, che torna a essere una fredda forma impressa nella cenere. Malgrado la sua celebrità, il calco scomparve nel nulla, e la sua memoria è affidata soltanto alla letteratura che esso ha ispirato. Un’ipotesi possibile è che una serie di test invasivi condotti da scienziati curiosi del XIX secolo abbia finito per danneggiarlo e distruggerlo. Tra gli ultimi ad averlo visto è il naturalista Arcangelo Scacchi il quale, con atteggiamento ormai freddamente positivista, e non senza ironia, nel 1843 scrisse: “mi fu mostrata un’irregolare impressione, che mi fu detto essere l’impressione di un seno muliebre; se non mi fosse stato detto, io non l’avrei certamente indovinato, e per cortesia mel credetti”.

     

     

    Indagine geoarcheologica

     

    Il punto di indagine 0010 è ubicato all’interno del Parco Archeologico di Pompei, in prossimità della Villa di Diomede, e più precisamente nel settore esterno a Porta Ercolano, dinanzi al portico situato lungo il versante nord-orientale della strada di via dei Sepolcri. La penultima bottega (n. 29), presso cui è stato ubicato il sondaggio, è stata identificata come il laboratorio di un vasaio, collegato ad altri ambienti di lavorazione.

    Durante la campagna di scavo del 2015, condotta dagli archeologi francesi dell’Istituto “J. Bérard”, ad ovest delle botteghe sono state rinvenute tre sepolture del tipo a cassa di calcare del Sarno. I rinvenimenti mostravano evidenti rimaneggiamenti avvenuti tra XIX e XX secolo, periodi in cui l'area fu dapprima scavata e poi bombardata nel 1943, compromettendo definitivamente la stratigrafia più recente.  Le sepolture, ad esempio, erano ricoperte da uno strato di argilla grigia con materiale recente (foglio di alluminio, filo spinato, ecc.). Questo strato poggia direttamente su un substrato limoso di colore marrone giallastro.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Il sondaggio 0010 intercetta, sino a -2.65 m dal piano campagna, una serie di livelli di terreno accumulati artificialmente (UUSS 2-6) di età contemporanea, da ricondurre agli interventi dei vecchi scavi e al bombardamento del 1943, a cui fecero seguito diversi interventi di sistemazione dell’area. Questi strati coprono una superficie antropica in terra battuta a -2.65 m dal piano di campagna (US 7); altri livelli di battuto si riscontrano a m -3 (US10) e m -3.5 (US 13). I livelli di battuto possono riferirsi alle diverse fasi d’uso di un asse stradale individuato a sud-est, in un saggio stratigrafico condotto nel 2016, grazie al quale è emerso che in una fase precedente Via dei Sepolcri aveva un orientamento diverso da quello attuale e probabilmente conforme ai sistemi di divisione agraria riscontrati nel territorio a nord di Pompei, ancora conservati negli orientamenti delle ville suburbane di Villa di Diomede e di Villa dei Misteri.

    Al di sotto degli strati archeologici si riscontrano sino a -5 m dal piano campagna livelli di piroclastiti contenenti cristalli di leucite. Questo minerale, caratteristico del substrato vulcanico, suggerisce che la matrice dei depositi derivi dall’alterazione ed erosione del banco lavico.

    ESTRAZIONE

    PLACCA

  •         COD 0011            VILLA SORA                              IT      CAMPANIA       NAPOLI      T. GRECO                                            09.10.2018    PROF 5 M.   40°46'40.59"N  14°22'29.66"E

    Villa Sora

     

    Tra i ruderi di case diroccate abusive, alle spalle del cimitero municipale, nascosta dai capannoni delle serre usate per la fioricultura e oltre il sottopassaggio ferroviario che conduce al mare sulla litoranea di Torre del Greco, si può scorgere ciò che resta del maestoso complesso architettonico suburbano di Villa Sora, delle sue terrazze degradanti verso il mare e dei giardini, delle terme e dei ninfei. Villa Sora, che sorge nell’omonima contrada, era un complesso spettacolare e possedeva una decorazione tanto raffinata di affreschi e intarsi marmorei da far supporre che fosse una proprietà imperiale. Databile tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., quando la costa del golfo di Napoli era uno splendore di lusso e architetture greco-romane, la Villa originariamente si sviluppava su un’ampia superficie e su un’altezza di tre piani, di cui oggi è visitabile solo quello intermedio, il resto fu distrutto dalle eruzioni del Vesuvio nel 79 d. C. e nel 1805. La scoperta di resti antichi risale al Seicento, quando furono recuperati manufatti di grandissimo pregio, quali il rilievo marmoreo con Orfeo, Hermes e Euridice conservato oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e la statua del Satiro versante, al Museo Archeologico Regionale Antonio Salinas di Palermo. I rinvenimenti e le espropriazioni del sito proseguirono in epoca borbonica, e nel XIX secolo, quando la Villa fu danneggiata dalla costruzione della ferrovia che segue la linea di costa e che la attraversa. L’ingombrante presenza della linea ferroviaria ha causato non pochi danni, provocando lesioni, distacchi, sollevamenti della pellicola pittorica degli affreschi, dovuti alla vicinanza del mare e alle scosse provocate dal passaggio dei treni. Se già nel 1974 il Gruppo Archeologico si occupa del sito, nel 1989 avviene il primo scavo regolare, tuttavia  non  sufficiente a metterlo in sicurezza per arrestarne il degrado e l’incuria, che continua fino ai nostri giorni, nonostante i provvedimenti presi. Nel 2004 Villa Sora si presentava completamente invasa dalla spazzatura, utilizzata come discarica abusiva, e solo un anno dopo è stata ripulita e diserbata, fino alla sostituzione e all’ampliamento della vecchia recinzione per garantire una maggiore protezione alle strutture dell’intero complesso. La Villa sorge infatti in un’area molto singolare situata alle spalle del cimitero cittadino e dove, per accedervi, è necessario attraversare un’area a uso privato dominata dall’evidente abuso edilizio perpetuato per decenni. Oltre alle casupole ormai in disuso, è singolare la dominante presenza di serre agricole adibite alla coltivazione dei garofani, tra le più floride in Campania, e destinate all’esportazione dei medesimi fiori in tutta Italia. I fiori prodotti, in origine di colore bianco, vengono sovente dipinti di rosso per incontrare maggiormente le esigenze del mercato e giungere a Sanremo, sul più famoso palco canoro d’Italia. Nonostante l’abuso edilizio, l’ex passato di discarica, la sua collocazione tra la ferrovia e il cimitero, oltre alla difficoltà di raggiungerla a causa delle strada dismessa che serpeggia tra una serra di garofani e l’altra, il sito è oggi oggetto di nuovi studi specifici che affiancano alle azioni in situ una campagna di recupero dei disiecta membra, per restituire a Torre del Greco la sua preziosa testimonianza classica.

     

     

    Indagine geoarcheologica

     

    Villa Sora era probabilmente parte di un'enorme complesso residenziale che si affacciava sul mare, e ancora oggi si trova lungo la fascia litoranea di Torre del Greco, separata dal mare dalla prospiciente linea ferroviaria e dai depositi sabbiosi della spiaggia attuale. Nei pressi di Villa Sora, la fascia litoranea è caratterizzata dalla presenza di una falesia interamente modellata nei prodotti piroclastici dal flusso dell’eruzione del 79 d.C., cui seguono verso l’alto sporadicamente vulcanoclastiti di epoche più recenti.

    Le strutture romane di Villa Sora, sepolte dai prodotti dell’eruzione del 79 d.C., si impostano su una successione di depositi piroclastici relativi ad eventi eruttivi più antichi, separati da superfici di erosione.

    I resti della villa furono danneggiati, nel 1842, dalla costruzione della linea ferroviaria per Torre Annunziata. Fu esplorata per la prima volta in epoca borbonica nel 1741-42 e successivamente tra il 1797 ed il 1798. Nel 1828 fu eseguita una pianta dei ruderi dal Bonucci. Nuovi saggi sono stati realizzati dalla Soprintendenza Archeologica di Pompei tra il 1989 ed il 1992 ed hanno portato alla luce una serie di importanti ambienti residenziali affrescati in III e IV Stile.

    Il complesso era probabilmente strutturato su diversi livelli digradanti verso il mare. Alcuni pavimenti sovrapposti e muri addossati a pareti dipinte indicano chiaramente la presenza di diverse fasi, mentre i materiali ceramici recuperati in loco, frammenti di affreschi in II Stile e di pavimenti tardo repubblicani, fanno ipotizzare una datazione per la sua costruzione nel secondo quarto del I sec. a.C.

    Le indagini che nel corso dei decenni si sono succedute nell’area del complesso di Villa Sora hanno restituito importanti reperti appartenenti al suo arredo. Già nel 1796 gli scavi furono intrapresi proprio a seguito di insistenti notizie su ritrovamenti effettuati da clandestini nell’area della villa. Nel 1797 furono scoperte la statua in marmo di un satiro versante e la statua in bronzo di Ercole con la Cerva cerinite, oggi conservati presso il museo di Palermo, insieme ad affreschi a soggetto teatrale sempre provenienti dalla villa. Secondo la ricostruzione di Lucia Scatozza, da Villa Sora verrebbe anche il celebre rilievo in marmo con Hermes, Orfeo ed Euridice, replica d’età augustea di un originale d’ambiente fidiaco, oggi conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

     

    ESTRAZIONE

    PLACCA

  •         COD 0012            PALESTRA                                IT      CAMPANIA       NAPOLI      POMPEI         POMPEI SCAVI                10.10.2018    PROF 5 M.   40°45'0.22"N   14°29'37.75"E

    Palestra Grande

     

    ROTAS, OPERA, SATOR, AREPO, TENET: sono le cinque parole latine palindrome che compongono il Quadrato magico, un enigma dall’origine antichissima, un rompicapo per archeologi, epigrafisti, studiosi delle religioni, della matematica e dell’esoterismo di tutti i tempi. La peculiarità del Quadrato magico è che le parole in esso contenute sono palindrome anche se lette in senso verticale, dall’alto verso il basso e viceversa. Sorprendentemente, inoltre, tutte le lettere messe insieme e anagrammate formano due “Pater noster” incrociati, a cui si aggiungono due A e due O che, poste alle estremità della croce, rappresenterebbero due Alfa e Omega, il principio e la fine, secondo la tradizione contenuta nell’Apocalisse di Giovanni.

    Sofisticato gioco di parole, talmente complicato da far ipotizzare un’ispirazione divina per la sua creazione, la sua soluzione costituisce tutt’ora un mistero. Intorno alla frase, oltre all’interpretazione cristologica, sono fiorite nel corso dei secoli le ipotesi più bizzarre: da mero gioco enigmistico, che traduce il testo latino con la frase “il contadino Arepo conduce l’aratro nei campi”, a formula alchemica, fino a parola d’ordine dei Templari. Anche la sua presenza a Pompei, dove il graffito è stato rinvenuto su una delle colonne della Palestra grande nel 1936 ed è il più antico esemplare di cui oggi siamo a conoscenza, costituisce un enigma. Il Quadrato magico potrebbe essere un simbolo cristiano criptato, usato per comunicare di nascosto, poiché il cristianesimo era allora segretamente praticato da una minoranza a Pompei, ma potrebbe anche essere legato alla tradizione dei culti misterici dionisiaci, che avevano il potere di far entrare gli iniziati in un mondo diverso da quello terrestre, o potrebbe essere infine attribuito al culto mitraico, leggendo nella scritta “Pater noster”  un riferimento a Saturno, Sator, padre degli dèi. Le numerose interpretazioni non fanno che confermare la ricchezza di religioni e culture presenti nella Pompei antica dove probabilmente conviveva con la maggioranza di pagani una minoranza cristiana, ma anche una minoranza di ebrei, oltre alla presenza di alcuni culti misterici di importazione orientale, diffusi attraverso riti esoterici di iniziazione nel mondo romano.

     

     

    Indagine geoarcheologica

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Il sondaggio 0012 è ubicato all’interno del Parco Archeologico di Pompei, e più precisamente in prossimità dell’angolo sud-ovest del portico della Palestra Grande.

    Il grande complesso edilizio si trova ad ovest dell’Anfiteatro e fu scavato negli anni ’30 del XX secolo. Dallo scavo archeologico si è compreso che per la sua costruzione il piano di calpestio venne ribassato di circa 1 m rispetto al piano di campagna circostante, lasciando alla quota originaria solo la parte dei portici, che occupano i lati settentrionale, occidentale e meridionale del complesso e sono scanditi da 118 colonne in laterizio con capitelli in tufo. Davanti ai portici erano presenti dei grandi platani, piantati al momento della realizzazione dell’edificio databile ad età augustea, di cui restano i calchi in gesso delle radici.

    La stratigrafia campionata non restituisce alcuna evidenza archeologica di rilievo, confermando quanto già emerso dai dati di scavo, ovvero il ribassamento di circa 1 m della quota del piano di calpestio. Il sondaggio, spinto sino alla profondità di 5 m dal piano campagna, intercetta nei primi 0.25 m un accumulo artificiale con frammenti di laterizi e nuclei di calce, la cui parte sommitale rappresenta l’humus attuale. Al di sotto si intercetta una sequenza di ceneri rimaneggiate e umificate che si attesta a 1.53 m dal piano campagna, sui prodotti di eruzioni vesuviane protostoriche. Al di sotto, da 2.3 a 2.7 m si intercetta un paleosuolo ben umificato comunemente indicato come “paleosuolo B” che rappresenta un importante marker stratigrafico. La sua formazione deriva dalla pedogenizzazione dei prodotti alterati dall’eruzione vesuviana delle Pomici di Mercato avvenuta 8000 anni fa, di colore variabile dal bruno giallastro al grigio giallino. Infine, tra 3.4 e 5 m di profondità, si intercettano cineriti rimaneggiate, umificate nei 0.20 m sommitali.

     

    ESTRAZIONE

    PLACCA

  •         COD 0013            FORO TRIANGOLARE                 IT      CAMPANIA      NAPOLI      POMPEI         POMPEI SCAVI                10.10.2018    PROF 5 M.   40°44'55.05"N  14°29'16.84"E

    Foro Triangolare

     

    Ultimo sacerdote di Iside in Egitto, Mamo Rosar Amru s’imbarcò una notte e giunse a Pompei per rifondare sulla costa campana i Misteri isiaci, costruendo il Tempio dedicato alla dea nel II secolo a.C. Così narra la leggenda secondo Giuliano Kremmerz, vissuto a cavallo tra l’Otto e il Novecento, membro di un misterioso centro esoterico-massonico che identificò nel Tempio di Iside a Pompei il centro propulsore del suo culto, a cui aderì anche Edward Bulwer-Lytton che, recatosi in Italia nel 1833, vi trovò l’inspirazione per il suo celebre romanzo Gli ultimi giorni di Pompei (1834). Ma già nel 1700, in seguito alla scoperta del Tempio di Iside (1764), primo tempio egizio che gli Europei avessero mai visto, nacque e si diffuse la moderna egittologia, che diede inoltre nuovo impulso all’occultismo. Alchimisti ed esoteristi si appropriarono dei misteri isiaci per riproporli in chiave moderna, fondendoli con le teorie e i riti della nascente massoneria. Tra questi figurano Raimondo di Sangro Principe di Sansevero, fondatore dell’Ordine Egizio-Osiride che si fece costruire una cappella personale ispirata al tempio di Iside scoperto a Pompei, e il leggendario Conte di Cagliostro, che pose lo stesso ordine alla base di una nuova obbedienza massonica: il Rito di Memphis.

    Il tempio di Iside, visitato da letterati e artisti da ogni dove, ha offerto un ricco repertorio di immagini, motivi e storie che sono diventati un’importante fonte iconografica e letteraria di opere come Il Flauto Magico, composto da Mozart nel 1791.

    Il tempio era attiguo al cosiddetto Foro Triangolare, una delle aree più antiche della Pompei arcaica, da considerarsi una città molto diversa da quella del 79 d.C., con un assetto urbanistico lacunoso. Lì era collocato il ben più antico tempio di Atena, fondato su una propaggine del banco lavico che si affacciava sullo scalo fluviale del Sarno. Il tempio e tutta l’area avevano un significato profondo, oltre a una valenza cultuale: essendo situati in una posizione scenografica, visibile da lontano, svolgevano una funzione segnaletica importante, legata ai commerci. La denominazione Foro Triangolare deriva dalla forma a “triangolo” del tempio e dello stesso banco lavico, percepita così sia da mare, sia da terra. Si ritiene che, successivamente al culto di Atena, vi si sia praticato quello di Eracle, leggendario fondatore della città, e che qui, secondo  alcune attribuzioni, si trovi la sua mitica tomba, l’Heroon. Si narrava che l’eroe greco, di ritorno in patria in seguito una delle sue fatiche, dopo aver fondato Ercolano, fosse stato onorato dagli indigeni con una sacra processione (pompa) nel luogo in cui sarebbe successivamente sorta la città che nel suo stesso nome avrebbe conservato il ricordo di quella cerimonia: “dalla Spagna ritornò Ercole per la Campania ove in una città mostrò la pompa o trofeo del suo trionfo, e perciò fu detta Pompei”.

     

     

    Indagine geoarcheologica

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Il punto di indagine 0013 è ubicato all’interno del Parco Archeologico di Pompei, e più precisamente nell’area del Foro Triangolare, nello spazio racchiuso dal portico e davanti all’ingresso del Teatro Grande.

    L’area del Foro Triangolare occupa uno sperone lavico dal quale si domina la bassa valle fiume Sarno.

     

     

    La stratigrafia intercettata dal sondaggio 0013 è dominata da riporti di terreno e non mostra piani di frequentazione antichi.

    L’alternanza di accumuli artificiali (possibili scarichi) sino alla profondità di ca. 4.8 m, ovvero fino alle piroclastiti di colore vinaccia a tetto delle lave di Pompei, lascia supporre che siamo in presenza di un declivio naturale del banco lavico colmato progressivamente. Risulta difficile comprendere se gli scarichi possano riferirsi ad un livellamento del terreno contemporaneo e funzionale alla sistemazione della piazza colonnata.

    In dettaglio, fino a 1.5 m dal piano campagna, i terreni riportati contengono frammenti di tufo e intonaco anche di grandi dimensioni. Tra 1.5 e 1.7 m si intercetta uno strato di terreno costipato con alla sommità un frammento di tufo alto circa 3 cm tagliato dal carotiere. Non ci sono elementi che consentano di definire se tale livello possa essere relativo ad un piano di sistemazione / frequentazione dell’area.

    Al di sotto, tra 1.70 e 3.10 m, si individua uno strato costituito da terreni asportati dalla sequenza naturale e ributtati, evidentemente per livellare la morfologia del substrato lavico.

    I terreni di riporto intercettati al di sotto di tale accumulo sono costituiti da cineriti inglobanti frammenti di tufo, laterizi e ossa direttamente poggianti sul substrato lavico.

     

    Il luogo fu destinato a funzione sacra già dal VI sec. a.C., da quando venne costruito un tempio di tipo greco dedicato ad Atena. Alla dea fu associato il culto eroico di Eracle, a cui fu dedicato un heroon. Questo spazio, monumentalizzato nel corso del II sec. a.C., è ristrutturato in età augustea con un portico composto da tre bracci scanditi da 100 colonne in tufo che delimita uno spazio di forma triangolare con al suo interno l’area sacra e il tempio di tipo greco.

    ESTRAZIONE

    PLACCA

  •         COD 0014            VILLA SAN MARCO                    IT      CAMPANIA      NAPOLI      C. STABIA       VARANO                         12.10.2018    PROF 5 M.   40°42'10.80"N  14°29'55.48"E

    villa San Marco

     

    “Mi chiedi che io ti esponga la morte di mio zio, per poterla tramandare con una maggiore obiettività ai posteri. Te ne ringrazio, in quanto sono sicuro che, se sarà celebrata da te, la sua morte sarà destinata ad una gloria immortale”. Sono le parole di apertura della lettera in cui Plinio il Giovane racconta a Tacito la morte dello zio, avvenuta durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d. C., di cui ne costituisce un’importante testimonianza. Da Miseno lo zio, Plinio il Vecchio, s’imbarcò per andare a studiare il fenomeno eruttivo da vicino, spinto dalla sua passione per la scienza, ma anche per trarre in salvo alcune persone intrappolate a Stabia. Come aveva appreso da una lettera da parte di Rettina, moglie di Casco, consegnatagli mentre usciva di casa, gli abitanti della villa, posta lungo la spiaggia della zona minacciata, avevano bisogno di navi per scappare in mare. “Egli allora cambia progetto e ciò che aveva incominciato per un interesse scientifico lo affronta per l’impulso della sua eroica coscienza. Fa uscire in mare delle quadriremi e vi sale egli stesso, per venire in soccorso non solo a Rettina ma a molta gente, poiché quel litorale, in grazia della sua bellezza era fittamente abitato […]. Ormai, quanto più si avvicinavano, la cenere cadeva sulle navi sempre più calda e più densa, vi cadevano ormai anche pomici e pietre nere, corrose e spezzate dal fuoco, ormai si era creato un bassofondo improvviso ed una frana della montagna impediva di accostarsi al litorale. Dopo una breve esitazione se dovesse ripiegare all’indietro, al pilota che gli suggeriva quest’alternativa tosto replicò: ‘La fortuna aiuta i prodi; dirigiti sulla dimora di Pomponiano’”. La lettera prosegue con un racconto concitato delle ultime ore di vita dello zio, fino alla morte: “Secondo me, l’aria troppo impregnata di cenere deve avergli impedito il respiro ostruendogli la gola, che per natura era debole, angusta e soggetta a frequenti infiammazioni. Quando il giorno dopo tornò a risplendere (era il terzo da quello che egli aveva visto per l’ultima volta), il suo corpo fu trovato intatto, illeso, coperto dalle medesime vesti che aveva indosso al momento della partenza; l’aspetto era quello di un uomo addormentato, piuttosto che d’un morto”.

     

     

    Indagine geoarcheologica

     

    Il sondaggio è ubicato nell’area archeologica di Stabiae, che occupa la parte terminale della collina di Varano: un ripiano morfologico posto al margine sud-orientale della Piana alluvionale-costiera del Fiume Sarno e alle pendici settentrionali dei rilievi carbonatici dei Monti Lattari.

    Il ripiano su cui sorge villa San Marco è delimitato verso mare e verso la piana da una ripida scarpata, relitto di una antica falesia marina modellatasi durante la risalita post-glaciale del livello del mare, il cui apice è stato raggiunto circa 6.000 anni fa portando la linea di costa a lambire la collina di Varano (STADIO 1).

    I torrenti che trovano origine nei rilievi carbonatici circostanti e solcano il pianoro, con i loro apporti alluvionali, hanno contribuito, assieme al rallentamento dei ritmi di risalita del livello del mare, all’avanzamento della linea di costa verificatosi a partire da circa 5000 anni fa.

    Circa 3800 anni fa una serie di cordoni dunari e spiagge sabbiose (Dune e spiagge di Pioppaino e Spiagge di Stabiae) e di lagune costiere caratterizzavano il territorio posto a valle della paleofalesia di Stabiae (STADIO 2). In questo contesto ambientale e paesaggistico fu fondata e si sviluppò l’antica città di Stabia.

    Al 79 d.C., l’età dell’eruzione vesuviana che distrusse Stabiae e le sue ville, la linea di costa si presentava ancora più avanzata con ambienti dunari e spiagge molto più pronunciati e con ambienti lagunari praticamente assenti e sostituiti da locali pantani ed acquitrini (STADIO 3).

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    L’area di Varano fu oggetto degli scavi borbonici condotti nel XVIII secolo. Con le campagne di scavo della metà del XVIII sec., vennero alla luce alcune grandi ville d’otium, tra le quali quella denominata “di San Marco”, attiva al 79 d.C.

    La villa comprende due peristili, situati a diversi livelli, intorno ai quali si sviluppano una grande piscina, sale di rappresentanza e ambienti residenziali.

    La dimora è dotata di un completo quartiere termale il cui orientamento segue quello della strada dell’impianto urbano di Stabiae, con la quale comunica attraverso una scala. Il nucleo più antico, risalente ad età augustea, è costituito dall’atrio tetrastilo con gli ambienti circostanti da cui si accede alla grande cucina. Ad Est dell’atrio è stato individuato recentemente un ingresso secondario attraverso la strada che conduceva alla sottostante zona litoranea. Da tale ingresso si accedeva ad un quartiere rustico collegato alla villa attraverso un piccolo peristilio con al centro un’area verde in cui sorgeva un albero da frutto. Intorno vi erano latrine e ambienti di servizio, forse celle per conservare derrate alimentari.

    Il sondaggio 0014 è stato realizzato nell’angolo nord-occidentale del viridario ad ovest della natatio del peristilio più piccolo.

    L’ultima eruzione che ha alimentato il manto piroclastico della collina di Varano è stata quella vesuviana del 79 d.C., costituita da un banco di pomici e di cineriti, spesse mediamente tra 1.5 e 2.5 metri. Tale orizzonte non è stato intercettato poiché rimosso per portare alla luce i resti della Villa.

    A partire dal piano campagna, il carotaggio ha intercettato l’humus del viridario (US1), che rappresenta la parte superiore di un paleosuolo policiclico intercettato per l’intero spessore indagato (5 m), intercalato da ceneri alterate di colore giallastro o bruno-arancio, che derivano da eruzioni di molti millenni prima.

    Tra -3.4 e -3.8 m dal piano campagna sono stati intercettati frammenti di tufo forse pertinenti ad un elemento unico rotto dal carotiere. Visto lo spessore e la profondità di rinvenimento, è più probabile che si tratti di un blocco piuttosto che della formazione dell’Ignimbrite Campana in posto, dato che nell’area tale formazione è generalmente attestata a maggiori profondità e con maggiori spessori.

     

    ESTRAZIONE

    PLACCA

  •         COD 0015            SCAVI DI ERCOLANO                 IT      CAMPANIA      NAPOLI      ERCOLANO                                           16.10.2018    PROF 10 M.  40°48'18.21"N 14°20'47.86"E

    Scavi di Ercolano

     

    Durante i lavori di prosciugamento delle acque alla base dell’edificio delle Terme Suburbane, uno scheletro affiorò. Era il 1980 e quello scheletro fu solo il primo dei ritrovamenti di numerosi resti umani che rovesciarono la confortante convinzione che, durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., la popolazione di Ercolano si fosse quasi interamente salvata. La spiaggia e le arcate che sostenevano la terrazza delle Terme e dell’Area Sacra, utilizzate per la manutenzione e il ricovero delle imbarcazioni, erano in realtà, un cimitero di scheletri: in meno di cento metri di spiaggia ne furono trovati oltre 250. La morfologia originaria del sito è stata obliterata dalla spessa coltre eruttiva la quale indusse un avanzamento di alcune centinaia di metri della linea di costa. Nel disperato tentativo di salvarsi, gli abitanti di Ercolano si erano stipati nei fornici aperti verso il mare, dov’è concentrata la più alta percentuale di vittime; la contrazione degli arti indica che i corpi si trovarono esposti a un’elevata temperatura, mentre la bocca è spalancata probabilmente per l’affanno provocato dal tentativo di respirare con la trachea occlusa. A differenza delle vittime di Pompei, sepolte da strati di cenere che si indurì, le decine di metri di cenere che ricoperse i fuggiaschi di Ercolano si mantenne umida, avvolgendo i corpi gradualmente, via via che i tessuti molli si decomponevano, fino a preservarne le ossa. Considerando che i romani usavano incinerare i propri morti, gli scheletri rappresentano una scoperta eccezionale per l’antropologia fisica, che ha offerto quasi un censimento della popolazione di quel tempo.

    Il 3 agosto del 1982, durante lo scavo dell’antica marina, venne riportata alla luce un’imbarcazione di legno carbonizzato che si trovava, capovolta, a pochi metri dalle Terme Suburbane. Vicino alla chiglia si recuperò lo scheletro di un uomo di 37 anni, probabilmente un soldato, alto circa 1 metro e 80, il quale indossava un cinturone da cui pendevano un pugnale e un gladio. Vicina, una borsa con dodici denari d’argento e due aurei. In un combattimento, magari lo stesso in cui gli era stato inferto il segno da arma appuntita che incideva il femore sinistro, doveva averci rimesso anche alcuni denti. Il regolare sviluppo dell’ossatura denotava una buona alimentazione e la testa dell’osso del femore appariva consumata, come nelle persone use a cavalcare. Gli strumenti da carpentiere trovati accanto allo scheletro, una borsa contenente un martello e due scalpelli per legno, sono un probabile indizio che in tempo di pace i soldati erano utilizzati in lavori di costruzione. È probabile che fosse da poco sceso dall’imbarcazione, forse una scialuppa di salvataggio, arrivata per soccorrere i numerosi ercolanesi che si erano riversati lungo la spiaggia. Una testimonianza non soltanto dello stile di vita e delle abitudini di allora, ma anche delle ultime ore di Ercolano, segnate dal convulso sciamare della popolazione in preda al panico.

     

     

    Indagine geoarcheologica

     

    Fondata in epoca Sannitica, Herculaneum fu una delle città circumvesuviane sepolte dalla grande eruzione del Vesuvio del 79 d.C., che qui si manifestò con i suoi fenomeni più violenti ed improvvisi (correnti piroclastiche per lo più ad alta temperatura) e lasciò i depositi di maggiore spessore (fino a 25 metri).

    Il punto di indagine 0015 è ubicato nell’area Archeologica degli Scavi di Ercolano e più precisamente in corrispondenza della rampa di discesa all’impianto di pompaggio e alla piattaforma costiera di tufo su cui si impostava l’antica spiaggia. Su tale piattaforma sono stati individuati tagli e solchi rettilinei, identificati come tracce di antiche attività estrattive di blocchi d tufo utilizzati per l’edificazione della città. Laddove è stata riportata alla luce dagli scavi archeologici, la piattaforma tufacea, un tempo emersa, giace attualmente a circa -6.5 m sotto il livello marino a causa della subsidenza del suolo determinata dai fenomeni vulcano-tettonici. Un sistema di pompaggio allontana le acque di falda, che diversamente sommergerebbero l’area.

    Le sabbie deposte sul piazzale di cava datano due diverse fasi di trasgressione marina, la prima avvenuta agli inizi del primo secolo d.C., la seconda nella parte finale dell’ultimo decennio di vita della città prima della fatale eruzione del 79 d.C..

    La rampa su cui è ubicato il sondaggio è tagliata nei depositi dell’eruzione del 79 d.C., esposti e ben visibili lungo tutto il fronte di scavo. Il sondaggio è stato ubicato nella parte bassa della rampa e quindi intercetta solo la porzione basale della sequenza che si attesta a -2.65 m di profondità dalla pavimentazione della rampa.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Al di sotto dello strato eruttivo si nota un modesto livello, di circa 5 cm di spessore, caratterizzato dalla concentrazione di sostanza organica carbonizzata, tra cui sono riconoscibili minuti frammenti di legno e vegetali (US3) combusti dai materiali eruttivi.

    Lo strato carbonizzato copre a -2.7 m di profondità un livello di sabbia fine di colore grigio scuro mista a cinerite grigio-beige che rappresenta i sedimenti della spiaggia al momento dell’eruzione.

    A -2.85 m di profondità tali sedimenti si impostano sulla piattaforma costiera costituita dal tufo di Ottaviano che, come si è detto, fu cavato per la costruzione degli edifici della città dal momento della sua fondazione. Nel punto di sondaggio, il tufo è ridotto allo spessore di soli 1.35 m, asportato dalle attività di cava.

    La sequenza stratigrafica di età compresa tra il tufo di Ottaviano (8000 anni) e l’eruzione di Pompei (79 d.C.) non è stata rinvenuta nell’area di indagine poiché era stata già asportata in antico mettendo in luce il tufo da cavare.

    Al di sotto del livello di tufo, da 4.2 a 10 m dal piano campagna sono state intercettate piroclastiti contenenti frammenti di tufo e lava di dimensioni anche maggiori del carotiere.

     

    ESTRAZIONE

    PLACCA

  •         COD 0016            CIVITA GIULIANA                       IT      CAMPANIA      NAPOLI      POMPEI         CIVITA GIULIANA             17.10.2018    PROF 10 M.  40°45'34.32"N  14°29'1.14"E

    Civita Giuliana

     

    Piccolo, basso, un ragazzino deforme, incappucciato da un saio e con le fibbie argentate sulle scarpe: è il munaciello, uno spiritello che si manifesta in modi diversi, lasciando monete nelle abitazioni quando esprime simpatia, così per gli scherzi che si tramutano in numeri da giocare al Lotto; mentre occulta e rompe oggetti o soffia nelle orecchie di chi dorme come manifestazione di dispetto. In Leggende napoletane (1881), Matilde Serao afferma che il “munaciello” sarebbe un personaggio realmente esistito. Era il 1445, durante la dominazione aragonese. Due innamorati erano costretti ad amarsi di nascosto a causa della differenza di ceto sociale: lei, Caterinella Frezza, figlia di un ricco mercante, e lui Stefano Mariconda, un umile garzone. Caterinella aspettava ogni notte il suo amato, ma quella sera Stefano non sarebbe mai arrivato. Durante il tragitto l’uomo fu aggredito e perse la vita. Il dolore per la donna fu tanto grave che decise di chiudersi in un convento dove, nove mesi dopo, diede alla luce un bambino piccolo e malaticcio, che rimase tale, crescendo tra le offese della gente. La madre pregava ogni notte per il bene di suo figlio e lo faceva uscire di casa con un saio per auguragli buona sorte. Il piccolo monaco camminava così per le strade di Napoli e alla morte della madre non se ne seppe più nulla. Questa è una delle tante storie che circolano sulle origini del munaciello, spirito che, alle falde del Vesuvio, abita soprattutto le chiese sconsacrate e le piccole canoniche di campagna. Tra queste vi è la chiesa della Madonna dell’Arco a Pompei, temuta per anni perché ritenuta infestata dallo spirito. Fondata da Nicola De Rinaldo, come ricorda l’epigrafe marmorea, fu oggetto di voci su presenze “malefiche” all’interno della chiesetta proprio a causa della passione per lo spiritismo di questo vecchio nobile. L’edificio è tra i primi insediamenti religiosi della città, custode della sua memoria storica ed archeologica, anteriore alla sua stessa fondazione perché proprio qui furono fatte le prime scoperte della città antica. Dopo l’eruzione del 79 d.C. il toponimo Pompei aveva perduto la sua identificazione con un preciso punto geografico, mentre il luogo dove era seppellita l’antica città, a partire dal Medioevo, aveva assunto il nome di Civita Giuliana, dove sorge la chiesa, che alla fine nessuno più riconosceva come segno della presenza della città sepolta. Religione pagana e cristianesimo, spiritismo e leggende sopravvivono intrecciati nella moderna Pompei.

     

     

    Indagine geoarcheologica

     

    Il sondaggio 0016 è ubicato nel territorio comunale di Pompei, in località Civita Giuliana. A differenza dei sondaggi realizzati nell’area degli scavi archeologici, dove la successione stratigrafica post-79 d.C. è stata asportata per riportare alla luce i livelli di frequentazione di epoca romana, il sondaggio 0016 intercetta tutta la sequenza dei prodotti dell’eruzione vesuviana del 79 d.C. e i prodotti di un’eruzione più recente non ben identificabile.

    Le piroclastiti vesuviane del 79 d.C. si intercettano fino a 4.60 m dal piano campagna, per uno spessore complessivo di 3.67 m.

    La sequenza prosegue verso il basso con l’intercalazione di prodotti eruttivi e livelli rimaneggiati e umificati corrispondenti alle fasi di quiete intercorse tra i vari eventi. In particolare, si riconoscono i prodotti delle eruzioni vesuviane protostoriche tra 4.50 e 6.65 m dal piano campagna e quelli dell’eruzione delle Pomici di Mercato tra 7.40 e 8.60 m dal piano campagna.

    A 9.30 m, fino al termine della perforazione (10 m dal piano campagna), si intercettano i prodotti di alterazione del substrato lavico corrispondente all’orlo del relitto calderico del vulcano della Civita.

    Dal sondaggio non sono emerse tracce di frequentazione dell’area, tuttavia il 1907 e il 1908, nella zona immediatamente a nord-ovest di quella in esame, erano stati condotti scavi ad opera del Marchese Giovanni Imperiali, i cui resoconti sono stati pubblicati nel 1994 con una monografia della Soprintendenza. Il vecchio scavo aveva portato alla luce 15 ambienti riferibili a due settori della villa, uno residenziale e l’altro produttivo. Il settore residenziale si articolava intorno ad un peristilio a pianta rettangolare, delimitato sui lati Nord ed Est da un porticato sorretto da colonne in muratura, mentre il lato occidentale, sfruttando presumibilmente un salto di quota naturale, era delimitato da un lungo criptoportico coperto da una terrazza su cui si apriva il peristilio con l’affaccio sul terreno antistante. Sul lato orientale del peristilio furono messi in luce cinque ambienti (gli unici di cui è stato possibile ubicare esattamente le strutture grazie alla documentazione fotografica dello scavo), decorati con pitture di III e IV stile e che restituirono una varietà tipologica di oggetti riferibile alla vita quotidiana, all’ornamento personale, al culto domestico. Del settore produttivo, posto probabilmente sul lato nord-orientale dell’edificio, non si hanno informazioni tali da poterlo ubicare con certezza, ma sicuramente era costituito da un torcularium, da una cella vinaria e da altri ambienti adibiti allo stoccaggio delle derrate prodotte nel fondo agricolo che circondava l’edificio; incerta anche la posizione di un lararium dipinto posto all’angolo sud orientale del cortile.

    Negli anni successivi altri rinvenimenti casuali hanno rilevato ulteriori resti di strutture.

    ESTRAZIONE

    PLACCA

  •         COD 0017            OSSERVATORIO VESUVIANO     IT      CAMPANIA      NAPOLI      ERCOLANO    VESUVIO                         19.10.2018    PROF. 10 M. 40°49’39.48”N 14°23’50.71”E

    Osservatorio Vesuviano

     

    Durante la Seconda guerra mondiale il Vesuvio fu bersaglio dei bombardamenti aerei: in molte incursioni della Royal Air Force vennero sganciate bombe sul vulcano, e le sue pendici divennero un campo minato a causa dei tanti ordigni inesplosi, oltre che uno scampolo di superficie lunare per quelli andati a segno. Testimone, da vicino, degli eventi bellici è stato l’Osservatorio Vesuviano, fondato nel 1841 per studiare l’imprevedibile attività del vulcano. Mancavano allora le conoscenze e gli strumenti, che si acquisirono progressivamente, attraverso lo studio dei comportamenti del vulcano, mentre i sismografi, all’inizio costruiti quasi manualmente, divennero sempre più sensibili, fino all’installazione nel 1863 del primo sismografo elettromagnetico della storia. Oltre agli strumenti scientifici, nell’Osservatorio è conservata una collezione di medaglie di lava, realizzate a partire dall’ottocento, utilizzando il magma che sgorgava direttamente dal Vesuvio. Tra i soggetti rappresentati vi sono scene mitologiche e ritratti di personalità importanti, da Napoleone a Mussolini. La collezione è stata danneggiata durante la guerra.

    Proprio negli anni del secondo conflitto mondiale, l’Osservatorio registrò una delle più intense attività vulcaniche, fin dall’entrata in guerra dell’Italia, accompagnata dal rombo del Vesuvio nel giugno 1940, e in concomitanza con i ripetuti bombardamenti inflitti nella zona dal 1943. I piloti bombardieri presero allora di mira il conetto del Vesuvio. Un “esperimento” simile paradossalmente era stato tentato nel 1922 dai vulcanologi dell’Osservatorio, per far saltare la colonna magmatica prossima ad affiorare. Nella serata del primo novembre 1944, mentre un fortissimo vento flagellava la terrazza dell’Osservatorio, rendendo impossibile la permanenza agli studiosi, dopo alcuni minuti dei soliti fischi e boati causati dalle bombe cadute a ridosso dell’edificio, fu avvertito uno scoppio anomalo. C’è chi sostiene che lo sgretolamento del conetto abbia provocato la colata di lava, ma per alcuni studiosi l’ipotesi non è attendibile poiché mancavano le registrazioni sismiche dell’evento. Anche se il legame dei bombardamenti con l’attività vulcanica non è provato, vi è un interessante apporto positivo del bersagliamento, non bellico ma scientifico: esaminando le registrazioni sismografiche e confrontandone gli orari con quelli delle più violente esplosioni, sarebbe stato possibile dedurre la velocità di propagazione dei relativi moti tellurici innescati, ricavandone una sorta di radiografia profonda del vulcano. Il bilancio finale è di 162 bombe sganciate sul Vesuvio, e grazie ai dati ricavati fu dedotta una prima, fondata, ipotesi sulle connotazioni interne e sotterranee del vulcano.

     

     

    Indagine geoarcheologica

     

    Il sondaggio 0017 è collocato dinanzi all’ingresso principale della sede storica dell’Osservatorio Vesuviano fondato nel 1841 da Ferdinando II sulle pendici dell’apparato vulcanico del Somma-Vesuvio.

    Il Somma-Vesuvio è uno strato-vulcano poligenico composito che raggiunge un’altezza massima di 1281 m s.l.m. Si presenta come un classico vulcano a recinto, con il Monte Somma che occupa gran parte del settore settentrionale e che costituisce il relitto dell’antico edificio, e con il “Gran Cono”, all’interno del vecchio cratere, che si è accresciuto in successive fasi. Le due strutture sono separate dall’Atrio del Cavallo e dalla Valle dell’Inferno.

    Il vulcanismo nell'area del Somma-Vesuvio è stato attivo a partire da 400.000 anni, come indicato dalla presenza di lave e tufi intercalati a sedimenti marini, carotati nella porzione sud-orientale del vulcano ad una profondità di 1350 m.

    Il Somma-Vesuvio è caratterizzato da un’attività molto variabile che possono distinguere tre categorie principali: eruzioni effusive con emissione di colate laviche e subordinatamente prodotti da attività effusivo-esplosiva (lava e cadute di scorie, pomici e ceneri); eruzioni esplosive di tipo sub-pliniano con distribuzione dei prodotti eruttati (pomici e ceneri da caduta) e depositi da flusso piroclastico (es. Eruzioni del 472 d.C. e del 1631; eruzioni catastrofiche di tipo pliniano con flussi, surges piroclastici, colate di fango e prodotti da caduta fino a centinaia di chilometri di distanza (es. Eruzioni del 79 d.C. e delle pomici di Avellino). Nel corso di quest’ultimo tipo di eruzioni grandi quantità di ceneri e lapilli, bombe e brandelli di lava fluida vengono violentemente eruttati dal cratere centrale ed accompagnano l’effusione di colate laviche moderatamente fluide.

    Laddove la morfologia è accidentata, i flussi piroclastici si incanalano nelle valli; la caldera del Monte Somma, invece, rappresenta una barriera morfologica per i flussi lavici del vulcano centrale. Si possono distinguere in generale tre settori dell’area vulcanica: il settore NW-NE, in cui ricade l’area in esame, interessato prevalentemente da flussi piroclastici primari e secondari e da prodotti da caduta; il settore NE-SE con piroclastiti da caduta ed intercalazioni di prodotti derivanti da flussi piroclastici; settore SE-NW con flussi lavici e flussi piroclastici.

    La sequenza stratigrafica intercettata, al di sotto dell’humus attuale, è costituto dai prodotti di eruzioni storiche vesuviane, intercalate da paleosuoli, la cui formazione è avvenuta durante le stasi intercorse tra i vari eventi eruttivi.

    In dettaglio, sono stati intercettati piroclastiti generalmente di colore grigio scuro, a luoghi con scorie nere, riferibili agli eventi eruttivi del 1906 e, probabilmente, del 1631 e del 472 d.C. (eruzione di Pollena).

    Un ulteriore paleosuolo, intercettato tra -2.45 e -2.80 m dal piano campagna sigilla i prodotti dell’eruzione vesuviana del 79 d.C. (cd. eruzione di Pompei) costituita da ceneri fini e medio fini, laminate.

    Da -2.80 a -5.40 m si intercettano i prodotti dell’eruzione del 79 d.C. prevalentemente costituiti da ceneri laminate. Da -5.40 e -7.40 m dal piano campagna il deposito si presenta a tessitura massiva e include pomici da subcentimetriche a 3 cm e litici generalmente di piccole dimensioni, ascrivibili ai flussi piroclastici con pomici bianche (quello più in basso) e pomici grigie. Al di sotto, tra -7.74 e -7.70 m dal piano campagna, si rinvengono i depositi cineritici relativi alla fase di apertura dell’eruzione.

    La sequenza sottostante è costituita da depositi cineritici in parte rimaneggiati ed umificati, probabilmente ascrivibili al ciclo eruttivo di età protostorica delle cd. eruzioni AP.

     

    ESTRAZIONE

    PLACCA

  •         TMC 0002             TIME CAPSULE                         IT      CAMPANIA      NAPOLI      PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO         17.12.2018                        40°48'37.0"N   14°24'39.9"E

    TIME CAPSULE

    INTERRATA IL 17.12.2018

    ESTRARRE IL 17.12.2118