If we plunge into the future envisioned by Chris Marker in La Jetée, we find ourselves in a world in which the surface of the Earth is reduced to a gigantic radioactive wasteland, and human beings are forced to live below ground. Here, the victors of the war perform experiments on the vanquished. Since they cannot use space, the scientists in this underground world attempt to exploit the dimension of time. They use prisoners as guinea pigs that they send back into the past in the hope of finding resources they can use to ensure the survival of humanity, and to repopulate the surface of the planet by using the present. In this extended, mobile present, the future may already have taken place and the past may still be taking shape.

Digging Up is an attempt to materialise what in the film we see as a succession of images. It does so by entrusting the journey into the past to core boring, which by its very nature exemplifies the stratification of time. The cores constitute the DNA of the places they come from and sampling them makes it possible to ensure reproducibility in the future. This reverses the past into a sort of memory of what is to come, and this is impressed upon the material extracted from the bowels of the Earth.

Shown for the first time in 2012 in Kabul, on the occasion of dOCUMENTA 13, the project was expanded and shown again in Cappadocia in 2017. For this new chapter of the Atlas of Blank Histories, the investigation started out from a series of stories set in Pompeii, both inside and outside the archaeological site, reaching all the way to Vesuvius, in areas such as Castellammare di Stabia, Herculaneum, Torre del Greco and as far as Pozzuoli. We are taken from the discovery in 1936 of an enigmatic magical square on a column in the Large Palaestra in ancient Pompeii, to Lake Avernus, where Virgil set the access to Aeneas’ world of the hereafter, and which is bound up by spell of the Fata Morgana, through unauthorised buildings and the concealment of the archaeological site in Pollena Trocchia, all the way to the Vesuvius Observatory. The uniqueness of this land is recounted in stories and documents, and in legends handed down by the locals, guiding the way to the places where the core samples were extracted. They are of all kinds, with stories omitted, sometimes concealed, after settling in the subsoil, only to be brought back to the surface by means of coring.

Once extracted, each individual core will be examined by geologists, who will analyze the materials it is made of and thus identify the various periods in time: a horizontal reading that transforms the core into a sort of timeline – a spatial materialisation of the passing of time. This scientific analysis gives concrete form to the possibility of recreating, at some point in the future, the chemical composition of the ground in a particular geographical area and at a particular time, with traces of the stories it has been through contained in its DNA.

Each core sample is shown in a standard conservation box and is later archived together with all the others in an iron container, which is sealed and buried underground as a time capsule. This will be buried in a particular place on Vesuvius, and marked with a local lava stone bearing the date of the burial and disinterment, which is planned to take place in a hundred years’ time. The geographic coordinates will be sent to the International Time Capsule Society (ITCS) in Atlanta.

Digging Up: An Atlas of Blank Histories, a project by Lara Favaretto, presented at the Fondazione Donnaregina per le Arti Contemporanee (Naples) and at the Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Turin), won the second edition of the Italian Council competition in 2017, launched by the Directorate-General for Contemporary Art and Architecture and Urban Peripheries (DGAAP) of the Ministry of Cultural Heritage and Activities, to promote Italian contemporary art in the world. The project has been put on in collaboration with the Archaeological Site of Pompeii. 

 

Proiettiamoci nel futuro ipotizzato da Chris Marker ne La Jetée, in cui la superficie della Terra è ridotta a una gigantesca scoria radioattiva e gli esseri umani sono costretti a vivere nel sottosuolo, dove i vincitori della guerra conducono esperimenti sui vinti. Non potendo utilizzare lo spazio, gli scienziati nei sotterranei cercano di sfruttare la dimensione del tempo. Utilizzano i prigionieri come cavie da spedire nel passato con la speranza di recuperare risorse utili alla sopravvivenza del genere umano decimato e di ripopolare la superficie terrestre attraverso l’uso del presente. Un presente mobile, esteso, in cui il futuro può avere già avuto luogo e il passato può essere ancora in via di definizione.

Indagare il sottosuolo risponde al tentativo di inverare quello che nel film avviene attraverso una successione di immagini, affidando il viaggio nel passato al carotaggio, che incarna per sua stessa natura la stratificazione del tempo. I carotaggi costituiscono il DNA dei luoghi da cui provengono, una loro campionatura che ne permetterà la riproducibilità in futuro, rovesciando così il passato in una “memoria dell’avvenire” impressa nel materiale estratto dalle viscere della Terra.

Presentato per la prima volta nel 2012 in occasione di dOCUMENTA 13 a Kabul, il progetto è stato ampliato e mostrato in Cappadocia nel 2017. Per questo nuovo capitolo dell’Atlante delle storie omesse, l’indagine si è basata su una raccolta di storie che si sono svolte a Pompei, all’interno e all’esterno del parco archeologico, fino ad arrivare in prossimità del Vesuvio, in zone quali Castellammare di Stabia, Ercolano, Torre del Greco, fino a Pozzuoli. Dal rinvenimento nel 1936 dell’enigmatico quadrato magico su una colonna della Palestra Grande dell’antica Pompei, al lago d’Averno dove Virgilio situa l’accesso al regno dell’oltretomba di Enea e a cui è legato un sortilegio della Fata Morgana, passando per l’abusivismo edilizio e l’occultamento del sito archeologico rinvenuto a Pollena Trocchia fino all’Osservatorio Vesuviano, l’unicità del territorio è definita da racconti, documenti e leggende tramandati dagli abitanti del posto, che hanno guidato l’individuazione delle aree presso cui effettuare le estrazioni. Sono fatti di varia natura, storie omesse, talvolta occultate, che hanno trovato sedimentato nel sottosuolo e che, tramite il carotaggio, tornano in superficie.

Una volta estratto, ogni singolo carotaggio è esaminato da un geologo che, attraverso un’analisi dei materiali che lo compongono, identifica le diverse temporalità: una lettura orizzontale che trasforma il carotaggio in una sorta di timeline, una materializzazione spaziale del passaggio del tempo. Questo esame scientifico rende concreta la possibilità di ri-creare in futuro la stessa composizione chimica della terra appartenente a una determinata area geografica e in una determinata epoca, e che contiene nel suo stesso DNA traccia delle storie che vi si sono svolte.

Ogni carotaggio è mostrato all’interno di una scatola per la conservazione standard, e successivamente archiviato insieme a tutti gli altri all’interno di un contenitore in ferro che, sigillato e sotterrato, diventerà una Time Capsule. Essa sarà sepolta in un punto sul Vesuvio, dove verrà posta una lastra in pietra lavica locale con incise le date di sotterramento e di riesumazione, quest’ultima prevista dopo un secolo, e le cui coordinate geografiche saranno trasmesse all’International Time Capsule Society (ITCS) di Atlanta.

Indagare il sottosuolo. Atlante delle storie omesse, progetto di Lara Favaretto, presentato dalla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee (Napoli) e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino), è il vincitore della seconda edizione del bando Italian Council 2017, concorso ideato dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane (DGAAP) del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, per promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei.